La Cina corre. E noi?


Il Preside racconta le impressione a caldo sul suo viaggio nel Paese del dragone.

Recentemente ho avuto modo di trascorrere otto giorni in Cina, grazie a una iniziativa dell’Istituto Confucio e del MIUR, con una decina di addetti ai lavori tra presidi, insegnanti e funzionari

Abbiamo visitato due città, Pechino e Shanghai e molte scuole di vario genere.

Non starò a raccontare nei particolari le molte realtà osservate, ma qualche annotazione, interessante spero, si può certamente sottoporre alla attenzione di tutti.

L’impressione generale e’ quella di una società in movimento rapidissimo.

Questa impressione deriva sia dai cambiamenti materiali che si possono notare, sia dall’esperienza dell’incontro con le persone e le realtà. Mancavo dalla Cina da 7  anni, dopo due non brevissimi viaggi svolti non solo nelle grandi città, ma anche nella  provincia.

La trasformazione materiale, delle strade, delle vie di comunicazione, dei palazzi e’ impressionante. Basti l’esempio delle torri di Shangai, sempre più alte, sempre più imponenti, continuamente superate da una nuova costruzione.

Ma quel che più colpisce e’ la velocità con la quale scuole e giovani generazioni stanno costruendo il futuro della Cina e forse non solo della Cina.

Abbiamo visto scuole attrezzatissime, pronte ad affrontare sfide tecnologiche e a confrontarsi con le esigenze che il mercato mondiale porrà.

Davanti alle possibilità che  tale mercato offre,  le scuole  si pongono subito in movimento: esemplare il caso della preparazione al nuovo sito Disneyland, previsto a Shangai nei prossimi anni, che ha provocato una immediata iniziativa di scolarizzazione ad hoc.

Ma più in generale, colpisce la voglia di costruirsi un futuro tramite una dura selezione, che avviene nel corso degli studi. Scuole costose e difficili, che preparano ad esami molto selettivi:  così la Cina sta costruendo la sua nuova classe dirigente.

Appare evidente che tutto questo rappresenta un grossa sfida anche per l’Occidente,  che si trova davanti una nuova generazione di cinesi pronti a scendere nella competizione mondiale con competenze altissime e desiderio di affermazione molto deciso.

E qui va detto che i giovani italiani che abbiamo incontrato o di cui abbiamo sentito parlare hanno dimostrato di non avere niente da temere. Studenti italiani che si trovano in Cina a svolgere un periodo di studio liceale o corsi universitari, giovani incontrati anche in altre occasioni ci hanno fatto capire che non bisogna temere altro se non la nostra paura di metterci in gioco.

Una volta che si scende in pista siamo assolutamente in grado di correre come e meglio di altri. Il problema è avere questo desiderio di entrare in campo, rischiare, faticare, abbandonare comode certezze.

Sia i genitori che i ragazzi devono gettarsi in dimensioni nuove, più  rischiose forse, ma poi più promettenti.

Forza ragazzi, tocca a voi, lo spazio c’è e va conquistato;  forza genitori, lasciate che i vostri figli si avventurino in spazi e dimensioni inusuali e difficili, ma promettenti.

Da ultimo, una esperienza diversa, ma egualmente significativa.

Domenica 18 ottobre:  alzatomi alle cinque e trenta e affrontata una traversata in taxi di mezza Pechino (un’ora circa di viaggio:  le distanze sono queste),  con altri due ardimentosi, tra cui, per fortuna,  una insegnante di cinese (effettivamente in Cina conoscere il cinese è di indubbia utilità), ho raggiunto la chiesa cattolica dedicata a S. Giuseppe per la messa festiva.

Siamo arrivati mentre si concludeva la celebrazione delle sei, subito seguita da quella sette, cui abbiamo partecipato. Chiesa piena, silenzio attento, canti molto partecipati. Alle sette e cinquanta, terminata la funzione, siamo usciti e sul sagrato vi era in attesa la gente pronta per la Messa seguente, tra cui un buon numero di catecumeni.

E così, ci hanno detto, sarebbe stato per tutte le ore del mattino.

E questo dopo 70 anni di governi non proprio amici della religione !

Roba da aver vergogna, noi cristiani sazi e tiepidi, che ci lamentiamo se la predica dura un paio di minuti di troppo.  Insomma, anche nel campo della fede dobbiamo ricordarci come si corre, non sederci sui nostri ormai sgualciti allori.

Prof. Marco Riboldi