27 gennaio: Giorno della Memoria


 

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi. (Primo Levi, Shemà, 1947)

 

Primo Levi scrisse questi versi e li ha posti in apertura al suo primo libro, Se questo è un uomo. Li intitolò Shemà – una parola ebraica che vuol dire «Ascolta» e che dà il nome a una preghiera rituale che si compie ogni mattina e ogni sera. Dunque l’imperativo che è il nerbo della poesia – bisogna ricordare ciò che è stato, l’Olocausto, e bisogna tramandarne la memoria alle generazioni future e a chi non l’ha vissuto – è associato all’idea di una ritualità: bisogna ricordare e tramandare, dice Primo Levi, e bisogna farlo ogni giorno e in ogni momento.