Da bullo a educatore


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Giovedì 20 febbraio 2020, appena in tempo prima del Coronavirus, è stato ospite del Liceo Bianconi Daniel Zaccaro che, nella settimana della legalità, ha portato ai ragazzi la sua esperienza.
Di seguito pubblichiamo due contributi sull’esperienza, uno della prof.ssa Elisabetta Chirico – nostra docente di diritto ed economia –, l’altro  di uno studente che ha scritto di getto queste righe.

 

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27 anni. Cappellino in testa, jeans e un maglione che lascia intravedere qualche tatuaggio. In apparenza un ragazzo come tanti, ma non è così.
La sua è la storia di un cambiamento. Da rapinatore di banche e leader dei giovani del carcere minorile del Beccaria, ad educatore di professione.
Quando aveva 17 anni, Daniel viene arrestato e successivamente trasferito in diversi istituti penitenziari per cattiva condotta, sino a quando, a fronte di un ennesimo comportamento scorretto, l’educatrice Angela decide di metterlo alla prova. “Se sei così leader, se sei davvero un duro, vediamo se riesci a portare a termine un lavoro”. Invece che trasferire quel turbolento detenuto, Angela gli propone di lavorare all’interno del carcere. Per la prima volta qualcuno lo sfida davvero, ma senza usare il linguaggio della violenza e della prevaricazione.
Gli affida un vero lavoro, un incarico ambitissimo all’interno del carcere, qualcosa che solo chi si comporta bene riesce ad ottenere. Daniel è spiazzato. Finalmente un adulto che lo stupisce, che si guadagna il suo rispetto. Lo aspettava da tutta la vita. Daniel non mancherà mai un appuntamento al lavoro, non ritarderà mai di un minuto. Con il tempo si accorge di essere in grado anche di fare altro, oltre che alle rapine. Scopre il suo reale valore. Diceva il poeta Norwid: “la bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere”.
Ecco, la sua resurrezione inizia così, con un seme gettato all’interno di uno sterile carcere minorile, grazie alla fiducia di Angela e grazie ad un prete; Don Claudio Burgio, colui che “mi ha indovinato. Uno che ha chiamato per nome cose che solo io chiamavo così. Nessuno mi ha mai capito così”.
Si capisce che il rapporto con Don Claudio è stato ed è per lui decisivo. Ne parla come si parla di un padre, di uno che non ti aspettavi nemmeno che potesse esistere. Il sacerdote lo ha accolto nella sua comunità, Kayròs, e lo ha accompagnato in tutti questi anni, anche nei momenti di ricaduta, quando sembrava che fosse tutto perduto, anche quando, ormai maggiorenne, viene nuovamente arrestato.
La vita di Daniel è stata ricca di incontri con adulti che prima lo hanno deluso, che non lo hanno capito, che lo hanno illuso. Poi di nuovi adulti che lo hanno “indovinato”, che gli hanno voluto bene, che hanno scommesso su di lui. Angela, Don Claudio, Fiorella, insegnante che nel periodo di detenzione a San Vittore, riaccende in lui il desiderio di studiare e gli fa scoprire il valore della Curiosità, una spinta che lo porterà poi a laurearsi in Scienze della Formazione all’Università Cattolica. Adulti che lo hanno guardato, lo hanno affascinato, fatto sentire accolto e accompagnato passo dopo passo. Grazie a quel bene, dispiegatosi in tante modalità diverse, anche lui ha iniziato a volersene. Per questo si è messo in moto e ha iniziato a cambiare. In ogni occasione che gli si è presentata, Daniel ha scommesso tutto sè stesso, nel bene e nel male.
Ci tiene a provocare i ragazzi che incontra quando afferma che “Da soli non si può andare da nessuna parte. Chi pensa di farcela da solo sbaglierà”. Le sue parole non lasciano scampo a chi lo ascolta. Provocano e costringono chiunque ad un confronto immediato. Si vede che conosce la sofferenza, quella vera. Lo sanno bene i ragazzi, lo capiscono e lo ascoltano attoniti. Lui dice che “chi soffre ha delle possibilità in più”. Le sue parole nobilitano la sofferenza, parla di essa come di una risorsa, come una reale possibilità per comprendere meglio chi ci sta accanto, di essere simpatetici con l’altro.
Ci sentiamo di dire “grazie Daniel!”, perché ci hai insegnato che mettersi in gioco conviene sempre. Grazie perché hai lasciato che la tua corazza venisse scalfita da uno sguardo fino a farlo diventare il tuo stesso sguardo. Uno sguardo profondo, carico di sofferenza ma anche della speranza di cui la tua vita è segno.
Oggi restituisci a noi tutto quello che hai ricevuto e ci testimoni che, come ti piace dire, “chi si salva, salva”.

Prof.ssa Elisabetta Chirico
docente di diritto ed economia al Liceo Bianconi
volontaria presso le carceri di Bollate e di San Vittore

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Oggi, giovedì 20 febbraio, io e la mia classe abbiamo incontrato Daniel, un ragazzo di 27 anni dal nome non così comune e dalla storia altrettanto singolare. È bastata mezz’ora per capire che tipo di ragazzo e di persona avevamo davanti. Mezz’ora in cui ci siamo immersi nella sua storia, attraverso la quale abbiamo appreso e approfondito aspetti che solitamente siamo abituati ad accantonare nel subconscio e che, se non fosse per momenti come questo, affronteremo raramente nella vita.
Mezz’ora in cui, attraverso i suoi occhi sinceri e in un certo senso vissuti nonostante abbia solo qualche anno più di noi, abbiamo avuto la fortuna l’occasione e il piacere di riflettere sul nostro vissuto e su un argomento in particolare: la libertà.
Certo, ad alcuni può risultare strano accostare questa parola dalle mille sfaccettature ad un ragazzo così giovane di cui non conosciamo il passato e che sappiamo avere avuto un trascorso da carcerato ma, vi assicuro, che le sue parole a riguardo sono state le più limpide, sincere e al contempo esaurienti che abbia mai sentito.

In poco tempo la domanda provocatoria da lui posta riguardo alla nostra concezione personale di libertà ha scatenato un breve dibattito estremamente interessante e costruttivo che, tra le altre cose, ha anche  alimentato la nostra coesione di gruppo classe e l’intensità del nostro legame comunitario.
Sono nati spunti interessanti come quello portato da una mia amica e compagna, la quale ha attinto dalla propria esperienza personale. Spunti che sono stati strumento per scavare nel profondo della nostra interiorità e intimità, dandoci modo di condividere i nostri pensieri e il nostro lato più sensibile e umano.
Dalle parole di Daniel abbiamo avvertito che la libertà non deve essere un alibi per giustificare azioni moralmente, civilmente e giuridicamente sbagliate, bensì una condizione che non tutti possiedono e che dunque non è da sottovalutare, che consente di esprimerci nella nostra individualità e collettività, senza il timore di essere giudicati. Ovviamente nei limiti del rispetto del prossimo, delle regole e del contesto in cui ci troviamo.
Al termine del dibattito l’atmosfera, seppur silenziosa, era pregna di emozione, riflessioni interiori e di condivisione di quanto Daniel ci aveva appena regalato e consegnato sotto forma di testimonianza.
Personalmente ho visto Daniel come un ragazzo maturo e arricchito dalla parentesi difficile della sua vita da cui era reduce, a dimostrazione che i pregiudizi sono solo etichette immaginarie e inutili che la società media appiccica sulle persone classificandole e condannandole per ciò che hanno commesso e non per quello che in realtà sono, non curandosi di indagare sul perché l’hanno fatto e dimenticandosi innanzitutto che sbagliare è umano.

Questo ragazzo simboleggia la rivincita di chi sa di avere sbagliato ma vuole dare una svolta decisiva e definitiva alla sua vita. Simboleggia l’intelligenza e la grinta di chi nonostante tutto ha luminosità e la volontà di rimettersi in gioco e fa ricredere la gente su di sé, ma soprattutto fa ricredere se stesso, così da guardarsi allo specchio e dire “ce l’ho fatta!”.
Simboleggia il fatto che non è mai troppo tardi per cambiare e togliersi delle soddisfazioni, se lo si vuole veramente. Simboleggia che la cultura, la voglia di imparare e la fame di aggredire la vita e viverla al massimo delle proprie possibilità non ha età.
Simboleggia che nonostante il male che si può avere commesso, c’è sempre tempo per invertire la rotta e far del bene a se stessi e agli altri.
Simboleggia, infine, la libertà… perché, come capita spesso, non esiste individuo in grado di spiegare incarnare un concetto così vitale meglio di chi ne è stato privato e ha lottato per riottenerla e ripartire da capo.

Uno studente del Liceo